INTERVISTA A STEVE SPERGUENZIE

L’uscita di “Thousand souls of revolution”, quarto album dei Sinfonico Honolulu in nove anni di attività,  è l’occasione per scambiare alcune parole con Steve Sperguenzie, leader e voce di questa insolita orchestra di ukulele che ancora una volta si segnala per l’originalità della sua proposta.

L’album su cui vorrei chiacchierare con te rivisita brani ormai usciti dalla consueta rotazione radiofonica e appartenenti alla memoria, forse anche un po’ nostalgica, di coloro che negli anni ‘80, e in parte ‘90, ascoltavano con maggiore o minore consapevolezza le canzoni di successo di band come i Cure, Depeche Mode, Ultravox, Echo & the Bunnyman. Per me che sono sempre stato ai margini di questa musica è motivo di stupore e curiosità poter riscoprire dopo anni canzoni che ho ancora ben presenti, in quanto rappresentative di quei decenni, di cui non ho mai approfondito le spinte ideali che ne stavano alla base.

Più che una vena nostalgica, ti dico che è una contromossa, è la risposta al cattivo gusto che chissà come mai regna e abita in certe redazioni di radio, TV e giornali di settore. Stiamo attraversando un’era piatta e senza slanci artistici di rilievo, senza per forza saltare secoli. Per pescare del buono basta guardare poco lontano, gli autori sono ancora in giro in tour anche in Italia quest’anno.

Partirei quindi proprio dal titolo di questo album per capire meglio quali sono le “anime della rivoluzione” a cui fate riferimento.

Beh Davide, intanto ti dico che parlare con Te di Arte e Musica mi è cosa molto gradita, perché capisco che tu hai un approccio che va ben oltre passione  ed ascolto fatto per  il puro divertimento, c’è di più ed è profondo. Sei uno studioso ed affronti la materia come una cosa viva, un’espressione concreta che ha radici nel tessuto sociale, che vive e si nutre dei momenti storici e vitali del momento che rappresenta, che serve a descrivere e a volte rifiutare… che ha un anima propria e come un fenomeno sociale di rilievo merita approfondimenti. La rivoluzione di cui parliamo è quella fatta a cuore aperto da creativi bellicosi che non hanno mai accettato di petto certe regole e certi atteggiamenti, norme e processi comportamentali di chi ci governa, la mano invisibile…. L’artista è colui che può permettersi di gridare a squarciagola la ribellione

Perché la vostra scelta e caduta proprio su questi dodici brani ripescati dagli anni 80 e 90?

Perché è quel momento storico più di altri in cui in certe zone del mondo si lottava socialmente per superare, sconfiggere e controbattere scelte bellicose, governi aridi e guerrafondai… politiche che stritolavano classi fragili etc, la Tatcher in UK e Reagan in USA. L’artista è molto vicino ai bisognosi, e non sta mai dalla parte dei burocrati, dei regnanti, degli aguzzini… è la voce del popolo e da voce al popolo. Quindi se sei arrabbiato ed hai idee… puoi sprigionare energia e convogliarla con Arte in qualcosa di alto che rimarrà nel tempo.

Cosa significa oggi, nel 2018, riproporre proprio questi brani?

Oggi significa sottolineare che certe melodie, armonie e incastri sonori non vanno dimenticati, che è giusto attingere da li per ripartire… perché gli artisti che amiamo lo hanno fatto con i loro predecessori del 1960, e quindi c’è continuità e prosecuzione di intenti

Proviamo ad entrare  un po’ nei dettagli di questo disco, che è a tutti gli effetti un concept album, e lo farei nominandoti il brano di apertura e di chiusura: “This is not a love song” e “Love will tears us apart” che fanno in qualche modo da colonne portanti di una selezione molto varia.

“This is not a love song” è una bomba, lo è  stata in passato quando è  stata proposta, perché Lydon che è pittore e cantante, autore e agitatore la sfornò in pieno “boom Acid”, in quel periodo in cui cominciarono a fioccare come funghi I primi rave e le prime feste acid music …. Questo lo rileggete nell’uso del piatto, del basso, del groove che strizza l’occhio al commercialone. Un linguaggio proprio di certe canzoni che sono uso ed abuso del commerciale discotecaro. Quindi dove sta la genialità direte voi? Se utilizzi armi ed ingredienti che tutti sanno riconoscere, cambi la filastrocca da ruffiana a cattiva,  eversiva e ammazza cattivi. … beh ottieni il massimo. Nelle Arti visive si vede con facilità quando per comunicare a una vasta gamma di utenza si usa il fumetto,  la vignetta, il disegno schematico, sei per tutti facile lettura perché siamo stati tutti bambini e quindi abbiamo gli anticorpi pronti a certi antigeni patogeni. Quindi ti servi del fumetto per “sparare a zero” con uno slogan mozzafiato  (io con certe mie lightbox lo faccio). Noi tornando alla musica abbiamo utilizzato l’effetto vocale che oggi è dominio della “Trap “ ed un Roland SpD che è tecnologia attuale per stare al passo coi tempi e rinfrescare quell’istallazione perché sia valida nel 2018. L’obbiettivo è richiamare i ragazzi e stuzzicarli con qualcosa che magari può interessare loro come è capitato a noi.

L’utilizzo dell’ukulele, piaccia o non piaccia, presenta vantaggi e svantaggi in una proposta come questa: l’ukulele ha  un sound particolare e non è  detto che sia adatto  per ricreare brani che fanno parte della storia del punk, del rock e della canzone pop. Si tratta chiaramente di una sfida che comporta qualche rischio. Cosa pensi a questo proposito.

Il rischio è tanto, ma come ben sappiamo… li dove c’è paura e incertezza… c’è anche adrenalina e riscatto. Utilizzare lo stesso strumentino, innocuo e trasversale per ricreare tastiere, moog, sintetizzatori… etc… è divertente, la speranza è che non diventi mai noioso e ripetitivo, e che la mia voce sguaiata e irritante possa cancellare in parte questo equilibrio fatto di allineamenti e convergenze sottili, ricami e disegni ben organizzati… ad Arte, proprio come un orchestra può fare. Ma a differenza di tutto quello che il mondo del bel canto o della bella rappresentazione… noi ci affacciamo a quel mondo che strizza l’occhio all’istallazione, all’happening teatrale fatto per stupire e stuzzicare, incuriosire e se possibile anche indignare. Come un oggetto Artistico per Museo o Galleria d’arte visiva…

So che la tua personale formazione artistica va oltre il mondo dei suoni e include le arti plastiche e figurative. In che modo pensi che queste ultime abbiano influito sulla tua visione della musica e quindi sul tuo originale modo di interpretarla?

Bravo Davide, domanda perfetta e che casca a puntino, siamo scivolati pian piano in un mondo fantastico, quello dove non c’è il confine tra le Arti, e qui confluiscono e si intrecciano e lo fanno senza farti avvertire vertigine, e non cadi nel vuoto. La scultura, La pittura, la grafica, la canzone, il disegno … sono fatte della stessa materia, li peschi nel mondo delle idee e dei sogni… e puoi materializzarli solo dopo averli pensati, stanno li… nella stessa nuvola. Sai che se ci mettiamo a parlare di chitarristi, cantanti e musicisti che ci piacciono scopriamo che vengono da licei artistici, da accademie d’arte, dal design…. è li che si ascoltano arie, melodie e musiche per trarre ispirazione al “visivo”… ed è in quel preciso istante che una classe intera in trance viaggia lontano in mondi inesplorati. Mode, Generi e rivoluzioni sono nati proprio in quelle classi…. ( ma non solo li…)

Stiamo conversando di un disco quindi di un prodotto ben definito e riascoltabile, “scolpito” e inalterabile, ma la vostra forza espressiva sta molto nella resa sul palco dei vari brani che avete sempre  scelto di affrontare: come vivi questa doppia vita parallela che hanno le canzoni:  in studio e nel live?

 Il Live è la dimensione reale, pura e che ti consente l’approccio con il tuo pubblico, sei li, ad un passo da loro, possono vederti sofferente, capire quello che vuoi comunicare, ha l’energia direttamente dalle tue fauci… e se sei onesto con loro, beh Ti porteranno a casa con loro, nei loro ricordi, nei loro sogni e nelle loro ambizioni future!!! Non ti abbandonerà mai .

Però se vuoi rimanere nell’immaginario collettivo devi per forza realizzare dei dischi, devi per forza avere degli oggetti da irrorare tra gli addetti ai lavori e la registrazione in studio è pur sempre una realtà oggettivamente molto profonda per un artista. Ti metti in gioco sapendo che rimarrai per sempre, sei tu ed il microfono, nessun altro, io cerco di superarmi, di attingere a tutti quei grandi con i quali sono cresciuto, che mi hanno fatto amare la musica, occhi chiusi e cuore aperto… chissà se qualcuno un domani si ricorderà di noi…