di Fabio Saba

Parlare di ukulele e jazz sembra piuttosto facile. D’altronde (per quanto incredibile sembri ai più) l’ukulele segue di pari passo la storia della musica scritta dai Gershwin, Berlin e gli altri autori più o meno importanti di Tin Pan Alley. Grazie alla signora May Singhi Breen (“the Original Ukulele Lady”), infatti, gli editori del “vicolo della padella stagnata” hanno iniziato ad inserire le tablature per ukulele nei loro spartiti, dando così modo allo strumento di essere praticato, suonando le canzoni che più andavano di moda. Una bella trovata pubblicitaria per gli editori e per i negozi di strumenti. L’ukulele è, a tutti gli effetti, ciò che la spinetta e il pianoforte verticale sono stati per le famiglie della borghesia europea del XVIII secolo: un buon modo per fare musica a casa. Quindi, dicevo, ukulele e musica jazz (per lo meno quella di Tin Pan Alley) vanno a braccetto.

Il fatto è, però, che il jazz è un genere musicale per lo più snob (eresia?). Nonostante i tanti tentativi (alcuni geniali) di suonare jazz con strumenti “alternativi”, la storia e la discografia indicano chiaramente che, per lo più, si usano sempre gli stessi strumenti tipici: sax, pianoforte, chitarra… Tranne che per un uomo che ha voluto credere nella sua passione per lo strumentino: Lyle Ritz.

Ritz nasce a Cleveland, in Ohio, nel 1930. Si innamora dell’ukulele lavorando part-time presso la Southern California Music Company. Studia e suona la tuba durante la guerra in Corea e, nello stesso periodo, contrabbasso con Lennie Niehaus, ovvero il sax alto di Stan Kenton (immagino gli desse dei consigli, non è chiaro il loro rapporto). Durante il congedo visita la Music Company e, incitato dai suoi colleghi, inizia a suonare qualche accordo. Poi il destino lo ha unito a Barney Kessel, che alla fine degli anni ’50 lavorava come talent scout per la Verve. La grande chitarra incontra il piccolo ukulele. Nascono così due dischi niente male, How About Uke? del 1957 e 50th State Jazz uscito nel 1959.

Ora, è probabile che nessuno di coloro che leggono abbiano mai sentito parlare di questi dischi e lo capisco. Il motivo fondamentale è che non ebbero un grande successo negli Stati Uniti “continentali”. D’altronde in quegli anni la musica jazz ha vissuto dei cambiamenti epocali (Kind Of Blue fra tutti) e due dischi di quel tipo sono effettivamente passati inosservati. Il fatto è che quei due dischi hanno cambiato radicalmente la musica per ukulele. La tecnica è stata portata a livelli tutt’ora copiati e, cosa più importante, l’ukulele è diventato uno strumento musicale capace di essere versatile più che mai. Lyle Ritz ha davvero cambiato la storia dell’ukulele moderno, dandogli una voce molto più forte. In tutti i sensi, visto che 50th State Jazz è arrangiato per ukulele e big band.


Il primo disco, How About Uke? è suonato, oltre che da Ritz all’ukulele, da Red Mitchell al contrabbasso, Gene Estes alla batteria e dal flauto di Don Shelton. 11 standard jazz piuttosto famosi e 2 brani originali, Ritz Cracker (un bel fast che ringrazia da vicino il BeBop) e Sweet Joan. Tra gli standard troviamo Have You Met Miss Jones, suonata in modo tale da non sentire la mancanza del pianoforte. Non manca il latin con Solamente Una Vez, anche questa ben servita all’orecchio di ascolta. Ma credo che la perla sia Lulu’s Back In Town, del duo Warren/Dubin. Il dialogo flauto/ukulele è incredibilmente divertente e l’arrangiamento sullo strumentino è davvero una chicca, anche per i chitarristi (l’ho fatto sentire ad un caro amico chitarrista e non credeva fosse un ukulele).

Il secondo disco, 50th State Jazz, è invece particolarissimo perché unisce il corposo sound di una big band a quello misero di un ukulele. A onor del vero la big band in questione non ricorda per nulla quei bei suoni dell’orchestra di Count Basie o di altre orchestre coeve. Immagino che il motivo sia da ricercare soprattutto nell’organico allargato ad uno strumento dal suono piccolo e brillante. Ma, nonostante questo, il risultato è davvero gradevole. Tra i brani consiglio vivamente di ascoltare Blue Hawaii (non poteva certo mancare un titolo dedicato a quelle isole) e Perjazz, dello stesso Ritz. Notevole è anche l’interpretazione in Polka Dots And Moonbeams.
In assoluto i due dischi non sono eccellenti e forse suonano già vecchi nel 1957/59, quando sono stati pubblicati. Però l’esperimento è davvero pregevole e denota una tecnica sopraffina con uno strumento che ha sempre avuto la nomea di giocattolo o, per dirla con le parole di Jon Parels del NYT, uno strumento che è “difficile da credere ma ci sono persone che lo prendono seriamente e lo suonano davanti agli altri”.




Per finire la storia di Lyle Ritz, dopo la pubblicazione di questi due dischi, i quali non hanno avuto il successo sperato, Ritz inizia a suonare il basso e il contrabbasso con la Wreckin Crew, una banda di turnisti che ha registrato quasi tutti i più grandi successi commerciali degli anni fra i ’60 e gli ’80, suonando per Sonny & Cher e i Beach Boys tra gli altri. Quindi, in un ritorno di fiamma verso l’ukulele (che non abbandonerà mai) si ritrova catapultato alle Hawai’i per suonare al festival di Honolulu del 1984, organizzato da Roy Sakuma. Qui Lyle Ritz scopre che i suoi vecchi dischi usciti con la Verve sono stati un successo incredibile. Nemo propheta in patria, verrebbe da dire. Da qui a diventare un’icona dell’ukulele il passo è stato breve e ora è ancora preso come punto di riferimento per i più grandi esecutori del piccolo strumento. Verrà inserito nella Ukulele Hall of Fame (si, ne esiste una) nel 2007, dieci anni prima della sua morte.

Fabio Saba

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