Intervista a Danilo Vignola

(contenuta in SALTELLANDO QUA E LA’ di Davide Donelli)

E così per “arte” del tiro con l’arco egli non intende un’abilità sportiva raggiunta più o meno compiutamente attraverso un esercizio in prevalenza fisico, ma una capacità acquisita attraverso esercizi spirituali e che mira a colpire un bersaglio spirituale: così dunque che l’arciere, in fondo, prenda di mira e forse arrivi a cogliere se stesso. 

 Voglio aprire questa conversazione con Danilo Vignola, ukulelista italiano fra i più stimati e apprezzati in Italia e all’estero, citando questo passo da “Lo Zen e il tiro con l’arco” di Eugen Herrigel, perché mi sembra colga nel segno un aspetto sostanziale dell’approccio all’ukulele di Danilo. Cerco di spiegarmi. Nonostante l’evidente concretezza energetica che scaturisce dal suo tocco, sempre teso e preciso, perfino tagliente e graffiante, nonostante il succedersi di gesti repentini e scattanti, quasi felini, penso che non è tanto l’abilità tecnica che debba colpire l’ascoltatore più attento, piuttosto la singolare intenzione espressiva che ne sta alla base e che trae ispirazione da un pensiero molto profondo, ben radicato in una storia personale e collettiva che merita di essere raccontata.


Colgo l’occasione di questa intervista per raccontare insieme a te, Danilo, questa storia e per prima cosa ti domando se in qualche modo ti ritrovi in questa citazione che ho scelto come apertura.

Essere intervistato da un maestro come te è fra le soddisfazioni che conserverò con orgoglio godibilissimo, e per questo ti ringrazio. Hai colto il senso, la citazione di sopra racconta in pieno la meta di questo mio percorso. Lessi da qualche parte: “l’inspirazione raccoglie e unisce, mentre si trattiene il respiro avviene tutto ciò che è giusto, mentre l’espirazione libera e separa, porta a compimento, superando ogni limitazione”. La buona performance e la personalità espressiva sono il frutto di uno studio intenzionale, quasi mai di un percorso formativo generalizzato nella stessa disciplina. Insomma è un lavoro su se stessi, in grado di andare a scavare nell’io più autentico. Uno studio ed esercizio quotidiano che sappia raccontare la propria identità in uno stile unico e personale. Piegare la conoscenza alle proprie esigenze, per ottenere miglioramenti della tecnica e dello stile compositivo nel minor tempo possibile. Individuare la propria esigenza espressiva ed andare a cercare quel maestro o pensiero, quella tradizione culturale in grado di trasmettertela nel migliore dei modi. Bisogna cercare i propri maestri, difficilmente li trovi restando per anni nello stesso posto, dando esami nella stessa scuola. Nel mio caso, ho la fortuna di aver viaggiato tantissimo, incontrato e condiviso esperienza con tanti luminari, non solo nel campo musicale o per finalità artistiche. Sto vivendo una formazione multi-disciplinare molto impegnativa per i neuroni ma divertente. Non ti nascondo che spesso ho imparato più musica guardando dipinti che ascoltando dischi. Mescolare melodia, ritmo armonia, come i pittori del ‘900 hanno fatto con le forme ed i colori, è per me illuminante dal punto di vista compositivo. Surrealismo ritmico, impressionismo armonico, cubismo melodico, “Actionplaying” … Questo è solo uno dei tanti esempi che mi diverto a sperimentare, con risultati buoni a volte, altre invece molto opinabili. Mettersi in discussione per vedere cosa succede è un’attitudine che non concede vie di mezzo: oltre le vette inesplorate fra gli allori o sotto terra. L’irrinunciabile adrenalina della curiosità.

 

Mi sembra che ascoltandoti suonare in duo con Giò alle percussioni risulti ancor più evidente come le vostre gestualità, benché diverse in quanto rivolte a strumenti differenti, rivelino in modo ancor più limpido un comune orizzonte musicale, ampio e frastagliato. Per comodità potremmo usare il termine “World music”, proprio perché diffuso, ma voi a differenza di molti altri non fate semplicemente la musica della vostra terra, della Lucania o comunque del meridione di Italia, ma in essa accogliete le influenze di molti altri generi musicali.

È la conseguenza della domanda precedente questa. In adolescenza, amante di metal e punk, ho avuto una formazione rigorosamente classica. Per anni ho preso lezioni private di composizione da un direttore d’orchestra. L’alchimia del movimento che conduce alla quiete, il legame di tonica e dominante delle note in occidente, il moto contrario delle parti, le cadenze e tutte le modulazioni immaginabili. Poi gli studi di etnomusicologia, nel periodo universitario, mi hanno spinto a cercare nuovi maestri: dal flamenco alla poesia beat, dalla ricerca demo-antopologica sul campo all’arte figurativa e lo studio delle etnie attraverso il ritmo, che ho vissuto principalmente in Spagna. Una lenta costruzione tecnica e di linguaggio musicale che nel tempo si è nutrita rubando qua e là, e che adesso sta trovando massima espressione in strumenti non convenzionali. L’ ukulele come le percussioni, un viaggio che parte dalle proprie radici: la Lucania.

Rimanendo nella metafora del tiro con l’arco mi sembra che il bersaglio venga sempre messo a fuoco e puntualmente colpito nel segno ma forse l’ukulele e il linguaggio musicale risultano semplici pretesti per esprimere dell’altro, che appartiene al tuo vissuto, alla storia della tua terra, alla tua visione del mondo. È la mia un’affermazione un po’ esagerata o, se vogliamo, troppo romantica?

Ridimensionando con le dovute proporzioni questa tua affermazione esagerata, è romanticamente giusta. Del resto non mi considero un musicista, non troverei piacere a suonare per la sola ragione di essere uno strumentista. Per passione e basta. Non ne sarei capace. Deve esserci qualcos’altro. Quel ritorno continuo come punto di partenza, che fa dell’arte esperienza autentica. Condurre lo spettatore a superare il concetto di bello e di brutto, a sostituire il giudizio con un “se non fosse stato per te non avrei mai pensato fosse possibile”. La più elevata delle aspirazioni questa. C’è chi applaude l’intrattenimento perché asseconda un gusto e chi, invece, applaude per la ricchezza di un’emozione diversa, inaspettata. Io mi sento di appartenere a questa seconda categoria di pubblico.

 

C’è anche un’altra componente nella tua personalità artistica che mi incuriosisce molto ed è quella che prende forma nel disegno che eserciti come illustratore e che ad esempio è possibile ammirare nella cover del tuo album “Ukulele Revolver”. A proposito perché l’hai intitolato così?

Negli ultimi anni mi sono dedicato all’ illustrazione più di ogni atra cosa, grazie anche al sostegno ed all’insegnamento di grandi professionisti del settore con cui collaboro a volte. Ad oggi ho disegnato centinaia di cose, fra copertine di dischi, libri, giornali, lavori privati ed anche il disco “Ukulele Revolver”. L’ho intitolato così perché “volver” è fra le parole che più amo. “Tornare” nel suo significato, che in spagnolo suona con quelle lettere come un incanto. E poi il rafforzativo “re” che rimanda a tutt’altro significato. E’ un ritorno all’uso dell’ukulele classico rispetto alla mia esperienza precedente in cui suonavo lo strumento con accordature aperte di chitarra lucana alla “Antonio Infantino” e distorsori estremi cantando la rivoluzione. Un genere musicale alternativo per il quale ho coniato il nome EthnoPunk.

Tornando al disegno so che tendi sempre a sminuire questo tuo aspetto artistico ma a me sembra invece interessante, originale ed anche rivelatore della tua sensibilità.

Il mio approccio al mondo dell’arte inizia con la pittura che non ho mai approfondito per pigrizia: la preparazione dei supporti, cura dei materiali, pulizia dei pennelli, riordino dei colori… un caos! Con la musica si fa prima, prendi il tuo strumentino, fai vibrare corde ed inizi ad immaginare nei riverberi di una stanza. Il disegno è altrettanto immediato, un po’come per la poesia, basta un foglio e una matita. Poi tutto si complica.

Mentre parlavi della tua pigrizia nella preparazione, cura, pulizia e riordino degli attrezzi per la pittura, mi è venuto in mente che non possiedi molti ukulele. Per inciso, questo ti distingue ulteriormente dagli altri ukulelisti che di solito ne hanno diversi, io in primis. Ti confesso che mi hai sempre dato l’idea di essere molto più concentrato sul tuo percorso compositivo, tanto originale quanto identitario, che sulla varietà degli strumenti impiegati. Mi confermi questa impressione?

È proprio così, fino a qualche tempo fa ho suonato con un vecchio Ibanez elettrificato con un visibile squarcio fra paletta e manico. Ebbe un incidente quello strumento durante un festival di taranta. Ho fatto incollare i pezzi da un falegname e, come per magia la ricostruzione, non proprio precisa, gli aveva dato un suono profondo dai bordoni lunghi, rimanendo misteriosamente intonato, tranne in qualche punto. Avrò fatto oltre un centinaio di concerti con quell’ukulele, portandolo ovunque perfino in Cina.  Proprio dall’estremo oriente, dopo la mia esibizione per ukulele solo, ho ricevuto in premio dalla Kai Ukulele il pezzo migliore di tutto lo stand. Un tenore, un regalo pregiato dal suono godibilissimo.  È quello che suono attualmente, con una qualità performativa decisamente superiore.  Posseggo ukulele dalle firme di importanti costruttori contemporanei, come un Marco Todeschini, poi anche un pregiatissimo omaggio della Liuteria Jonica Corrado, un ukulele costruito esclusivamente con legni lucani (il più bel suono che mi poteva capitare fra le mani) e, infine, un autentico Zì Rock, che ha una filosofia diversa, perciò stimola la creatività attraverso un suono unico, sto scrivendo musica in un modo nuovo grazie a questo strumento. Non è per collezionismo che li posseggo ma sono il dono di incontri speciali che questo mio percorso con l’arte mi sta riservando.

 

Non resta che concludere con un’ultima citazione che, mi sembra, sintetizzi quanto detto e, coerentemente, completi questo ritratto:

«Il tiro con l’arco non mira in nessun caso a conseguire qualcosa d’esterno, con arco e freccia, ma d’interno e con sé stesso. Arco e freccia sono per così dire solo un pretesto per qualcosa che potrebbe accadere anche senza di essi, solo la via verso una meta, non la meta stessa, solo supporti per il salto ultimo e decisivo»

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