Spunti per un approccio storico all’ukulele

di Davide Donelli

L’ukulele, come molti strumenti etnici ovvero ben radicati nella cultura di un popolo (quello hawaiano ma anche nordamericano) ha un repertorio tradizionale che si è tramandato per lo più oralmente, tramite incontri, scambi e collaborazioni fra suonatori. Questi contatti non sono stati solo fra ukulelisti ma fra suonatori di strumenti affini come il mandolino, il banjo e soprattutto le chitarre, penso a quella spagnola, alla steel guitar e slack key guitar. La maggior parte degli ukulelisti delle prime generazioni erano polistrumentisti, la qual cosa rende il discorso ancor più aperto e affascinante, visto che essi stessi passavano con disinvoltura dall’uno all’altro di questi strumenti ed è naturale supporre un trasferimento di tecniche e di brani da uno strumento all’altro. Tutto ciò  ha nel tempo dato vita a un tradizione unica e caratteristica, ricca di esperienze e testimonianze interessanti, un archivio di informazioni capace di raccontarci le molte trasformazioni e gli imprevedibili sviluppi che l’ukulele ha vissuto nella sua pur breve vita, dal 1879 ad oggi.

Per comprendere a fondo questa tradizione, che poi si concretizza nella musica dei grandi ukulelisti del passato, occorre rifarsi per lo più a registrazioni audio e video: vecchi dischi di cui solo una piccola parte è stata riversata in digitale e contenuta in poche raccolte antologiche, ma anche stralci di pellicole di film e apparizioni televisive, quasi sempre in bianco e nero, se pensiamo agli anni fino al secondo dopoguerra.
I dischi e i filmati con  Roy Smeck, Cliff Edwards, George Formby e Arthur Godfrey ci possono dire molto del loro modo di suonare, in particolare ci possono rivelare personali soluzioni tecnico strumentali come la scelta delle posizioni della mano sinistra, il tipo di strumming, lo specifico utilizzo delle dita della mano destra, l’eventuale appoggio della mano destra sulla cassa e molti altri dettagli fondamentali per comprendere e riproporre quel particolare suono.
Ciascuna di queste soluzioni costituisce un bagaglio tecnico strumentale condiviso, che oggi l’ukulelista può riprendere, riadattare e inserire nel suo personale modo di suonare l’ukulele.

Oltre ai dischi e ai video esiste però anche una terza possibilità che può illuminarci sulla tecnica e sullo stile di questi “capostipiti”: mi riferisco alle pubblicazioni di spartiti e soprattutto di metodi didattici. Entriamo così nel campo della musica scritta, ovviamente, con notazioni, intavolature e didascalie molto esplicative.
Per mia personale formazione sono molto incuriosito da queste pubblicazioni che conservano e tramandano “nero su bianco” informazioni importanti non solo per la didattica ma, come appena detto, per comprendere la personale tecnica esecutiva di ciascun ukulelista.

Per inciso mi preme sottolineare come, osservando il mondo dell’ukulele oggigiorno, si possono individuare diversi stili e diverse tecniche esecutive spesso provenienti dalla tradizione ukulelistica, spesso derivate dalla chitarra ma anche dal mandolino. Mi sembra quindi irrinunciabile un lavoro di svelamento di questi aspetti che fondano la tecnica strumentale dell’ukulele. Solo così potremmo circoscrivere l’ukulele con la sua specificità e individuare cosa è propriamente ukulelistico e quali gestualità derivino dalla tecnica chitarristica o da quella mandolinistica. Ritengo che su questo tema in Italia ci siano idee un po’ confuse e, come spiegherò, sembra che molti ignorino più l’evoluzione della chitarra che quella dell’ukulele, definendo “ukulelistico” ciò che invece è storicamente “chitarristico” e viceversa.

Gli autori di cui intendo occuparmi in queste pagine sono May Singhi Breen, una delle poche donne che viene ricordata nelle storie dell’ukulele, didatta, divulgatrice,  musicista completa e ben inserita nella vita musicale statunitense della prima metà  del novecento, Roy Smeck, il più grande virtuoso di tutti i tempi,  polistrumentista che calcò i palcoscenici dei teatri di Vaudeville,  Ernest Ka’ai, uno dei primi ukulelisti hawaiani a far conoscere l’ukulele in tutto il mondo.

Lo farò con brevi mirati interventi che non esauriranno l’argomento ma di volta in volta metteranno in luce aspetti fondanti la tecnica dell’ukulele, debitore della braguinha del rajao in primis, ma  anche delle chitarre.

(continua)

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